Jardin Planetaire

Salvo Ferlito / Area-Palermo 2004

(..)Immortalati nel loro compiaciuto (e contraddittorio) protagonismo fabulistico, tutti questi personaggi sono gli attori di minute e raffinate narrazioni dalla forma conclusa e ben perimetrata, ma il cui finale aperto è lasciato alla sola fantasia dei riguardanti, così chiamati a un’intensa esperienza immaginifica.

il genio di palermo IV ed.

Maria Antonietta Malleo / 2004

Uno sguardo cinico, ma anche capace di restituire segrete cifre poetiche, indaga gli aspetti deformanti e grotteschi del più svariato repertorio umano e mostra le possibilità di svelamento della messa in scena, in un procedimento fotografico di reinvenzione, dove la luce da forma a personaggi che nascono dalle infinite possibilità combinatorie dell’immaginazione e che nell’artificio del travestimento oscillano tra oppressione e levità liberante del sogno.

la giovane arte

Pericle Guaglianne / Exibart interviste, 2007

Uno, nessuno e centomila ritratti. Direttamente dalla Sicilia. Corpi, volti e identità con o senza un ruolo. Soggetti antichi e nuove forme di aggregazione (e viceversa). Forza e mistero della fotografia…

I tuoi ritratti sono gustosi come mise en scène, ma conservano intatto un taglio documentarista. Ce ne parli?

Corro appresso all’istinto di documentare ciò che accade, di fare un ritratto ufficiale, di trarre un documento. E’ un argomento ormai retorico dire che oggi tutto è poco “ufficiale” e stabile nel tempo, ma l’idea di fotografare qualcuno e di “fissarlo” mi fa star bene. Non mi accontento però di verità lampanti. La credibilità della fotografia mi aiuta a rendere “possibili” molte cose come fossero realmente accadute… Mi piace pensare che le mie immagini possano servire a qualcosa o a qualcuno, in un futuro anche lontano.

Ci racconti la tua vicenda?

Se mi guardo indietro poche occasioni sono state esempio lampante del desiderio di voler fare un giorno “questo mestiere”. Posso dirti che certamente ha influito l’aver smanettato per tutta l’infanzia in falegnameria, da mio nonno. Più in generale, che preferivo disegnare piuttosto che leggere. Poi c’è stata l’Accademia a Palermo. Intorno ai ventidue anni, quasi senza accorgermene, comincio a fotografare. Sentivo il bisogno di fare qualcosa di molto tecnico e con strumenti professionali. Insomma, volevo anche il cosiddetto mestiere. Un po’ come mio nonno.

Quali immagini ti hanno particolarmente influenzato?

Molte di quelle prodotte nei primi cinquant’anni anni della breve storia della fotografia. In particolare, l’immenso lavoro di August Sander e molta fotografia olandese e tedesca degli ultimi venti.

Come ti sta accogliendo il cosiddetto “sistema dell’arte”?

A volte capisci subito cosa sta succedendo, altre no. Nutro spesso tanto timore reverenziale. Mi sembra di rompere le scatole anche se chiamo per comunicare un vernissage.

Il tuo carattere si presta?

Un pregio che mi riconosco è la costanza, un difetto forse l’ipercriticità nei confronti del mio lavoro. Per il resto, cerco di mediare il più possibile. Spesso mi convinco di riuscirci, anche se non è cosi.

I tuoi scatti chi li ha interpretati meglio?

Ottime interpretazioni sono state fatte da Ida Parlavecchio, Marta Casati e prima di tutti dal caro Salvo Ferito. In altri casi, diciamo che è stato comunque bello scoprire nuovi orizzonti.

Mostre per ora memorabili?

Non vorrei sembrare incontentabile, ma ancora non sono arrivate. Ricordo con molto affetto la collettiva Beauty not so difficult, al Palazzo delle Stelline a Milano. E Intervento, a Berlino nel 2003 con altri siciliani.

Dov’è che lavori?

Il mio studio al momento è un cantiere edile. È uno spazio che sto ristrutturando da solo. Sarà insieme il mio primo studio e la mia casa. In molti suggeriscono di godermi l’attesa, ma sinceramente è dura. In passato sono stato ospitato. Oppure facevo tutto nel garage.

Ti ci vedi come artista engagé?

Mi vedrei come attivista di Greenpeace. “E allora perché non lo fai?”, mi si obietterà. Rispondo che non lo so, o forse che non so gridare abbastanza. Comunque se dovessi decidere di installarmi i pannelli solari sul tetto di casa, farei più casino che al G8.

Tu e Palermo quanto vi somigliate?

La mia città non mi è affatto indifferente. C’è chi dice che mi appartiene molto e che si vede. Comunque negli ultimi due anni ho avuto modo di girare molto, anche per lavoro.

Una persona davvero importante attualmente?

Stefania Romano.

Su chi punteresti dovendo fare il il nome di un tuo collega?

Credo molto nel buon Andrea Mastrovito.

Doni di luce e di grazia

Alberto Zanchetta / Redoublement, KGallery 2007

(..) Artificio che si palesa nell’Ipotesi per una umile confraternita”, smesse le divise eleganti, deposti i gonfaloni e i vessilli, Di giugno depaupera i culti riflettendo con atteggiamento critico sulla libera scelta che lega il sacro all’idolatria.

Alessandro Di Giugno: scambiando la strada per un set. Storie di ordinaria fiction

Helga Marsala / mood magazione, 2008

Scatti che descrivono un teatro di strada, apparecchiato con cura, costruito con lentezza. Quando l''immediatezza del quotidiano sposa la malia dell'artificio scenico

Sono immersi in un'aura quasi metafisica gli eroi del quotidiano di Alessandro Di Giugno. Bagnati da una luce concreta eppure misteriosa, questi ambigui personaggi dominano scorci di paesaggi naturali o urbani, luoghi qualunque tramutati in incantati set. Balzati fuori da un copione cinematografico, sembrano attori o comparse immortalati durante le riprese di un film o nel bel mezzo di un backstage.
Di Giugno cavalca con raffinata precisione il limite tra documentazione e messa in scena, reportage e camuffamento, fabula e cronaca. Grazie ad un approccio fortemente estetizzante, il giovane fotografo palermitano incastra oggetti e persone dentro tagli rigorosi, definendo le superfici con accesi cromatismi. Estesa ed avvolgente è la luce diurna, mentre è la notte a scolpire i contorni dei luoghi con lucida quiete. Ed è proprio negli scatti notturni, in cui un'unica fonte luminosa taglia il nero di fondo, che l'immagine approda ad una teatralità più eloquente, manifesta: l'artificio della pellicola e la verità di una insoluta epifania si intrecciano, calibrandosi a vicenda.
Di Giugno procede spesso per cicli tematici. Così, nel 2003, fotografa gli abitanti del quartiere Arenella - storico porticciolo palermitano - tra barche, ormeggi, reti da pesca, apecar, vecchi scooter, banchine di cemento e angoli di mare schiumoso. Sono pescatori, marinai, manovali, bambini cristallizzati in atteggiamenti artefatti o in situazioni lievemente inconsuete. Qualcosa di simile accade nella serie dedicata alla Vucciria (2005), in cui fruttivendoli, pescivendoli, signore alle prese con la spesa, ragazzi a zonzo per i vicoli appaiono ritti su improvvisati piedistalli, come solenni statue che puntellano il mercato: l'inquadratura dal basso, quale bizzarro artificio scenico, rafforza l'effetto di solida fierezza.

Di Giugno è un ritrattista. Lo è sempre e comunque: con la gente beccata per strada, con gli amici invitati a posare, con gli oggetti rubati qua e là. In ogni caso, sia per i soggetti più realistici che per quelli più teatrali - come i misteriosi individui muniti di ali posticce, straniati dentro stanze spoglie o in splendidi paesaggi -, ciò che salta all'occhio è l'importanza della “posa”, quella consapevole immobilità di chi, piazzato davanti alla macchina fotografica, palesa il desiderio di interpretare il proprio ruolo, tramutando l'identità in maschera, il carattere in segno. Fierezza, staticità, posture appena innaturali e una certa rigidità contribuiscono a creare un prepotente senso di sospensione.
Ma non ci sono solo facce con cui giocare, anime da travestire. Anche un albero può diventare un corpo da scolpire nella luce, ennesimo personaggio per un'insolita nella galleria di ritratti. Si tratta di alberi colti al tramonto o nel buio, illuminati da un flash morbido ma deciso. Isolati, al centro di quel vuoto rarefatto in cui la natura precipita durante la notte, gli arbusti appaiono come eleganti titani, sentinelle silenziose di verdeggianti spazi offerti alla contemplazione. Dalla nudità di un albero, al gusto per un (disvelato) camoufflage. Carnevale di provincia (2003), Giochi di ruolo (2004/2006) o Dono di luce (2005) sono occasioni per un'indagine sociale ibridata con la leggerezza e l'ironia proprie della fiction. Sfilano, da uno scatto all'altro, centurioni, arcieri, cavalieri medievali, maghi, vampiri, damigelle, pierrot e poi i classici figuranti delle processioni religiose, agghindati con costumi sacri e abbandonati a curiosi sguardi estatici. L'effetto scenico è forte, mentre predomina l'illusione di una ricostruzione storica. Ma sarà il dettaglio buffo a tradire l'inganno, ridestando la verità di un presente in maschera: un paio di jeans che sbucano da una tunica, due sneaker sotto al mantello, un vicino di parata in abiti casual.
Piccoli spostamenti strategici trasformano il reportage in poesia, la registrazione del dato in costruzione scenica. Per una fotografia che, ancora una volta, trova nella luce il segreto di quella meccanica visiva giocata tra l'utopia della rivelazione e il gusto per la dissimulazione.

L'isola che c'è

Emilia Valenza / 2007

(..) Continua a bruciare la Sicilia, sono oltre 50 i roghi dolisi nell’isola. Intere valla te andate in fumo, dammi per milioni di euro, devastato il messinese, bruciano i nebrodi (…) (…) Gli alberi di Alessandro Di Giugno sono un inno alla bellezza di una natura che attende solo di essere salvaguardata. Fotografie scattate nella notte. Quando qualcuno accende una miccia , il giovane fotografo crea un set di luci per esaltare la magnificenza di un esemplare di ulivo, di un abete e cosi di ogni albero diventa il protagonista di un teatro delle meraviglie .(…)

Sono infinite le mostruosità che popolano l’uomo.

Viviana Siviero/ Giorgio e il drago, 2007

La realtà e l’immaginazione spesso risultano separate soltanto dalle intenzioni. Alessandro Di Giugno (Palermo 1977 dove vive e lavora) partecipa all’essenza del drago con la propria particolare visione a metà strada fra il gioco inteso come simulazione e gli aspetti più squallidi della realtà. Qui, un gruppo di giovani, vengono invitati ad esprimersi attraverso il muto linguaggio di un’esteriorità violenta e torbida, per simulare una non-morte contemporanea, ormai accettata in tutti i livelli sociali. L’uso iperrealstico dell’obbiettivo, amplificato dall’ambiente scarno e povero di dettagli, aumenta la sensazione di trovarsi dinanzi ad un suono sordo che odora di muffa. Gli sguardi sono fermi e sicuri, la meta-realtà qui simulata con semplicità attraverso un gioco di ruolo messo in scena in uno stabile di Palermo, non è un regno dal quale fuggire, ma una rivincita messa a segno dall’antagonista per rendergli omaggio e giustizia. Perché nella nostra società complessa, è proprio l’orrido bestione ad attirare le simpatie del pubblico, lasciando precipitare l’eroe, noiosissimo individuo “senza macchia”, nelle spire di un meritato oblio.